il manifesto 18 marzo 2010

Lettera da Betlemme

Anas in una piccola stanza

Anas non è mai arrivato tardi a lezione. Non è mai mancato, nemmeno una sola volta. Non è mai accaduto che non avesse fatto i compiti, non è mai accaduto che li avesse fatti male. È uno studente brillante, disciplinato, intelligente, come lo sono in pochi. Uno studente a cui qualunque insegnante immancabilmente si affezionerebbe. Anas per venire ad una lezione di italiano deve percorrere diversi chilometri, almeno 40 minuti di strada, quando sarebbero molti meno … Anas è palestinese, e per questo la sua strada si allunga, indelebilmente, per attorcigliarsi nel percorso illogico segnato da un muro ancora più assurdo. Deve rimanere all’interno di quello spazio che il regime di occupazione israeliano ha segnato per i non ebrei, che rimangono dall’altra parte del muro, in silenzio si spera, mentre i coloni scorazzano fuori e dentro la West Bank, indisturbati. E se non fosse il muro, e se non fosse la lunghezza della strada, le intemperie e i check point ad impedire lo studio di un ragazzo, allora interverrà la violenza: quella più veloce, vera, più diretta.

Anas oggi era in ritardo, ero stupita. È infine arrivato in classe, almeno 15 minuti dopo l’inizio della lezione. L’ho visto accasciarsi sulla sedia e tremare. Tremare tremendamente e scuotersi, dalla tasca destra cercare con la mano un fazzoletto, singhiozzare. Sono accorsa: “Mi hanno picchiato, mi picchiavano in quattro”. “Perché? Perché?” Nella mia ingenuità mi illudevo potesse esserci un motivo. Così, con la mano tenendosi lo stomaco, respirando a fatica, il volto sconvolto, arrossato per le percosse, ha raccontato.

Come ogni giorno aveva preso il taxi collettivo che lo conduce da Abu Dis fino a Betlemme. Come ogni giorno aveva dovuto attraversare il check point israeliano che, come molti altri, si trova all’interno di quelli che in molti, ancora oggi, usano chiamare Territori Autonomi Palestinesi. Tuttavia oggi c’erano state rivolte in tutta la West Bank e si cercavano, come e più di altre volte, capri espiatori. Ed è così che quattro soldati israeliani hanno fatto scendere dalla macchina Anas, che viaggiava insieme ad altre persone. Lo hanno indicato, gli hanno ritirato il documento di identità e gli hanno urlato: “Tu! Da quella parte!”. Lo hanno portato in una piccola stanza, di cui ogni check point è fornito, e in quattro hanno iniziato a picchiarlo selvaggiamente. Lo hanno schiaffeggiato, gli hanno sbattuto i fucili addosso, infine lo hanno lasciato partire.

Anas accasciato su quella sedia. Le sue lacrime, il suo onore, il suo valore, la sua intelligenza feriti. Che vergogna, che rabbia infinita che provo, una rabbia che non vuole sentire ragioni e che forse non avrei sentito se ne avessi semplicemente letto su un giornale. L’ingiustizia infatti ha occhi, mente e lacrime vere. Volevo portarlo all’ospedale…Anas non ha voluto: “Anche questa lezione devo lasciarmi rubare?” Durante la lezione, tutto quello che ho saputo dire è stato: “Mio caro, l’anno prossimo sarai in Italia, e là studierai all’Università”. Poi quelle parole mi sono bruciate nel ventre… quale consolazione rappresenta la fuga?

Vorrei che gli studenti si immedesimassero in Anas. Vorrei che gli insegnanti, i professori italiani, immaginassero di ricevere il migliore dei propri studenti, una mattina, in classe, percosso e ferito nell’anima. Questa è la Palestina di oggi, un regime di apartheid contro cui noi occidentali siamo chiamati a reagire.

Caterina Donattini, professoressa di Italiano a Betlemme, oPT

il manifesto, 18 marzo 2010

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1 commento »

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