Studiare in regime di apartheid. Un’esperienza personale.

Ieri notte, poco dopo le tre del mattino, le Forze di Occupazione Israeliane fanno irruzione nel mio appartamento di Birzeit, grazioso villaggio palestinese a due passi dall’Università di Birzeit, nei Territori Palestinesi Occupati. Battono violentemente contro la porta col calcio dei mitra, urlando “geish”, “qui è l’esercito!”. Il mio coinquilino statunitense apre la porta e viene travolto da almeno dieci soldati in assetto di guerra, tute mimetiche e mitra spianati. Si rivolgono a noi in arabo, o meglio nell’idioma palestinese locale. Chiedono chi altro vive in casa, mentre ci spingono in camera puntandoci i mitra in petto. Tre fanno la guardia mentre altri soldati rovinstano in ogni angolo. Provo a rispondere, in dialetto palestinese, prendo tempo, voglio capire se sono le forze di sicurezza palestinesi o l’esercito israeliano. Siamo in Zona A, che secondo (la farsa de) gli accordi di Oslo è zona (ghetto) sotto totale (sicurezza e amministrazione) controllo dell’Autorità Palestinese. Gli israeliani non potrebbero entrarci. Parlano tra loro in ebraico, hanno scritte in ebraico nelle uniformi: non sono palestinesi. Chiedono i documenti. Capiscono che hanno sbagliato preda, siamo solo “internazionali”. Passano all’inglese: “che ci fate qui?”. Non bisogna perdere la calma, mostrarsi intimiditi. Devono sapere che stanno agendo in barba a tutte le convenzioni internazionali. Mi viene naturale rispondere: “che ci fate VOI qui?”. La situazione diventa quasi comica.

Intanto altri soldati salgono al piano di sopra, dove vivono i nostri locatari. Sentiamo porte sbattere, movimenti brischi, ordini urlati. Stanno terrorizzando un’intera famiglia. Setacciano la casa. Noi siamo confinati in camera, dove tre quattro ragazzotti di vent’anni ci puntano addosso mitra a non so che altro aggeggio di guerra. Cerchiamo di capire cosa succede, cosa cercano. Tutto quello che ci viene detto è “non muovetevi. Credeteci, abbiamo le nostre ragioni. Motivi di sicurezza. Non possiamo dire altro”. Certo, ovvio, motivi di sicurezza.

Il tutto dura mezz’ora. Se ne vanno. Saranno stati una quarantina di soldati, contando quelli che hanno preso parti alla “missione” e quelli in attesa o in sorveglianza. Dopo un pò scende da noi Hanna Qassis a dirci che i soldati hanno arretsato suo fratello minore Omar. Non è la prima volta.

Io “conoscevo” questo Omar Qassis, prima ancora che diventasse il mio locatario. Nel libro Pianificare l’oppressione. Le complicità dell’accademia israeliana”, che ho recentemente curato insieme a Carlo Tagliacozzo e Nicola Perugini, raccontiamo proprio la storia di Omar come caso esemplare di negazione del diritto allo studio (vien da ridere a parlare di “diritto allo studio” quando si tratta di negazione della dignità umana in ogni suo aspetto). Studente di sociologia, è già stato posto qualche anno fa sotto detenzione amministrativa (sistema di detenzione senza imputazione in cui prove segrete dell’intelligence israeliana vengono esibite al giudice militare e utilizzate per giustificaer l’incarcerazione per un periodo fino a 6 mesi, su base rinnovabile. Le ragioni addotte non sono comunicate al detenuto e al suo avvocato. La sofferenza mentale derivata dal non sapere le ragioni della detenzione può equivalere alla tortura così come è definita dalla Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite – ratificata da Israele nel 1991. Uno studente della Birzeit è stato tenuto in detenzione amministrativa per tre anni). Proprio qualche giorno fa mi raccontava della sua detenzione, e di come un suo collega (Arafat Daoud, anch’esso nel libro Pianificare l’oppressione) sia passato sotto l’inferno delle detenzioni arbitrarie per anni senza accuse certe, senza sapere il motivo della detenzione, ed abbia ora gravi ed irreparabili disturbi psicologici.

Ora, Omar – un ragazzo di un acume e di un’intelligenza rari – sarà posto in totale isolamento per giorni, senza poter vedere né medico, né famiglia, né avvocato. In queste ore è a serio rischio di tortura. Magari sarà rilasciato a giorni, magari gli daranno altri 6 mesi di detenzione amministrativa. In questo caso, chiederò a tuti quelli che hanno deciso di aderire, di aiutarci a tirar fuori Omar da quell’inferno.

Qui non si tratta di salvarguardare il diritto allo studio. Danilo Dolci scriveva, in uno edi suo libri: “fate bene e presto, perché qui si muore”.

Enrico Bartolomei (PhD student, Università di Macerata)
Birzeit, Palestina sotto apartheid, giovedì 16 agosto.

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